Quando e come è iniziata l’inchiesta Aemilia che ha prodotto il più grande processo alla mafia del nord Italia? Forse dai 40 litri di benzina che hanno mandato a fuoco una BMW nel 2009 a Fiorenzuola d’Arda. O forse dal chilo di pentrite esploso all’Agenzia delle Entrate di Sassuolo nel 2006. Oppure da una cena al ristorante nella quale il procuratore Roberto Alfonso chiede al generale dei Carabinieri Vittorio Tomasone di partecipare ad una riunione con i magistrati dell’ufficio per mettere a fuoco una strategia coordinata in tutta la regione. O ai primi di gennaio nel 2015, quando il sostituto procuratore antimafia Marco Mescolini, davanti al suo gruppo d’investigazione, schiaccia il pulsante della stampante che sforna le centinaia di pagine della richiesta di rinvio a giudizio.
È ormai tema da memoria storica, mentre la cronaca ci impone di ragionare su “quando e semmai finirà” questa storia, visto che i sistemi criminali nella nostra regione sono vivi e vegeti nonostante le batoste subite nelle aule giudiziarie e con le azioni del contrasto preventivo. Parlare di sistemi criminali è doveroso, vista l’evoluzione delle attività nelle quali a comandare la giostra non sono sempre o solo uomini della ‘ndrangheta, ma spesso e volentieri anche incensurati emiliani.
Ciò che manca (ed è una aggravante) è la discontinuità. Non c’è un prima e un dopo, con un muro invalicabile tra i Grande Aracri/Sarcone & C. da una parte e le nuove bande organizzate dall’altra. C’è la contaminazione, c’è il trasferimento delle tecniche e del sapere criminale, c’è l’allargamento dei campi d’azione e delle aree geografiche coinvolte.
Il ricorso alla falsa fatturazione è cresciuto nel tempo, diventando il più sofisticato e redditizio sistema di arricchimento illecito, capace di uccidere la concorrenza. È accaduto ad esempio nel comune di Gualtieri, dove i padroncini del trasporto inerti hanno dovuto alzare bandiera bianca. In una intercettazione di Aemilia l’imprenditore Giorgio Andreoli parla con l’uomo di ‘ndrangheta Giuseppe Giglio:
Andreoli: “Io sto per fallire, te lo dico liberamente. Siete andati lì (a Gualtieri) con dei prezzi… io non so come fate. E vi dico che a queste condizioni il trasporto non si salverà mai!”
Giglio: “Ohi Andreò! Non mi fari ‘sti discursi…”
Andreoli: “Fino ad oggi non ho rotto le scatole a nessuno, per l’Amor di Dio: mai! Cerco di stare al posto mio. Però Pino, io ti ho sempre rispettato…”
Giglio: “Il rispetto senz’altro, ohi! Giramu stu munnu che è ‘na vita… quindi non è ca… ancuna cosa a caminare l’amu ‘mparata, ohi… Andreò!”
“Giriamo ‘sto mondo da una vita”, dice Giuseppe Giglio, “e a forza di camminare qualche cosa l’abbiamo imparato”. Ad esempio a conquistare i mercati col massimo ribasso dei prezzi.
Le inchieste degli ultimi anni hanno portato alla luce un enorme volume di affari, gestito da sistemi criminali con diramazioni in tutta Italia e anche all’estero, ma con cuore operativo in Emilia. L’indagine Billions della Procura di Reggio Emilia è impressionante per numero di persone coinvolte e raffinatezza organizzativa nelle operazioni illecite, basate in particolare sulla compravendita di merci e beni inesistenti. L’organizzazione era strutturata in “cellule”, autonome territorialmente ma collegate tra loro, con una cassa comune. Erano 10, con altrettanti capi; due erano emiliane doc, con cuore a Reggio, una mantovana, altre governate da cutresi. Il bacino delle operazioni copriva 14 regioni su 20. Tra i 200 indagati circa 130 risiedono stabilmente in provincia di Reggio Emilia.
L’inchiesta Work in Progress, della Procura di Parma, aggredisce la falsa fatturazione funzionale alla conquista di settori tecnologicamente avanzati nella meccanica. La Guardia di Finanza ha identificato due consorzi, la faccia pulita della organizzazione, che acquisivano commesse anche all’estero nell’inscatolamento industriale. L’altra inchiesta parmense Paga Globale (2018) svela le false attestazioni (finte malattie, finte crisi aziendali) garantite da compiacenti medici, consulenti fiscali e consulenti del lavoro, per ottenere ammortizzatori sociali e abbattimento di imposte. I dipendenti pagati in nero erano all’opera 40 ore alla settimana, anche se formalmente a casa per malattia.
Il fronte mafioso degli affari illeciti non è da meno. L’inchiesta “Farmabusiness” scoperchia gli affari illeciti della sempre viva cosca Grande Aracri nella distribuzione di prodotti medicinali: la nuova frontiera del malaffare che garantisce “profitti sproporzionati”, come li definisce l’ordinanza del giudice. A gestire gli affari era l’anima reggiana di questa potenze organizzazione.

